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Insolite di Franck Millet: il Sancerre che sceglie la profondità

— A cura di Vino&Cioccolato
Insolite di Franck Millet: il Sancerre che sceglie la profondità

Per capire l'Insolite di Franck Millet conviene partire da cosa sia, di solito, un Sancerre. Siamo nella Loira orientale, in una piccola area attorno al villaggio di Sancerre, dove il vino bianco si fa con un solo vitigno, il Sauvignon Blanc. È un vino che ha costruito la sua fama su un profilo riconoscibile: agrumi, erba fresca, frutta bianca e una spina minerale che tiene tutto teso. Immediato, verticale, diretto. Lo apri e sai già dove ti porta.

Quel carattere non arriva per caso, nasce dal terroir. Il Sancerrois si legge soprattutto attraverso i suoi suoli e, semplificando, se ne distinguono tre principali: le caillottes, terreni molto calcarei, sassosi e ben drenanti; le terres blanches, ricche di marne e argilla; e il silex, caratterizzato dalla presenza di selce. A questi si aggiunge una piccola parte di griottes, calcari duri e compatti concentrati soprattutto intorno a Bué e Crézancy. Per proteggere la freschezza e l’immediatezza del Sauvignon, molti produttori pressano le uve quasi subito dopo la vendemmia, separando rapidamente il succo dalle bucce. È la via più diretta verso il Sancerre classico. Ed è esattamente il punto in cui l’Insolite decide di deviare.

Il domaine Franck Millet e le caillottes di Bué

Il Domaine Franck Millet ha sede a Bué, uno dei villaggi storici dell'appellazione, ed è una tenuta di famiglia con tre generazioni alle spalle, ripresa nel 1991 da Franck e Betty Millet. Bué è una delle zone di riferimento del Sancerre: le sue vigne si dispongono in una specie di anfiteatro naturale, su pendii esposti a sud e sud-ovest.

Proprio qui entra in gioco quel calcare di cui parlavamo. Le parcelle da cui nasce l'Insolite sono le più calcaree e gessose della tenuta, ovvero le caillottes: un calcare oxfordiano duro e pieno di ciottoli. È il suolo sul quale il vino costruisce buona parte della sua tensione. Millet ci tiene così tanto a questo legame da renderlo quasi tangibile: in ogni cassa di uva che entra in cantina mette alcune di quelle pietre, come a portarsi dietro un pezzo di vigna fino al tino. Fin qui, però, abbiamo un ottimo Sauvignon di terroir calcareo. La differenza vera si gioca dopo.

La scelta che cambia il vino: la macerazione a freddo

Invece di pressare subito, Millet lascia le uve a contatto con le proprie bucce. Prima che parta la fermentazione, restano in macerazione per circa venti ore a 0 °C. Una macerazione pellicolare a freddo, che nel Sancerre non è affatto scontata.

Questo favorisce l’estrazione di precursori aromatici presenti nell’uva e si traduce in un Sauvignon Blanc dagli aromi più marcati, ma soprattutto con maggiore consistenza, volume e materia al palato. Il freddo serve a governare il processo: rallenta l’estrazione e la rende più delicata, evita che la fermentazione inizi troppo presto durante la macerazione e aiuta a preservare la freschezza.

Contano le proporzioni. Parliamo di ore, non di giorni: siamo lontani dagli orange wine, dove la macerazione dura molto di più e trasforma colore e struttura del vino. Qui la sosta sulle bucce è breve e controllata, calibrata per aggiungere profondità senza coprire l'identità del Sauvignon. In pratica Millet prende il gesto che di solito nel Sancerre si evita e lo usa a piccole dosi, per ottenere un vino più ampio.

Come si presenta nel calice

Nel bicchiere il risultato è leggibile. Il colore è oro pallido. Il naso, intenso, si apre su agrumi, frutta bianca, frutta a nocciolo ed erbe fresche, con un profilo nitido e austero che richiama il carattere delle caillottes.

È in bocca, però, che si capisce dove voleva arrivare. Da un lato c'è la tensione acida e verticale che ti aspetti da un Sancerre. Dall'altro una rotondità e una morbidezza che nella denominazione non sono comuni, e un finale lungo. Le due cose convivono: la macerazione aggiunge materia e ampiezza, mentre la freschezza e la tensione del sorso impediscono al vino di risultare pesante. Ne esce un Sauvignon stratificato, che si racconta calice dopo calice invece di dire tutto al primo sorso.

Ha anche una prospettiva nel tempo. Già dopo un anno si mostra più disteso, e regge un affinamento di cinque-otto anni in bottiglia. Consigliamo di degustarlo intorno ai 12 gradi: non troppo freddo, perché sotto una certa soglia la parte rotonda tende a chiudersi proprio quando è quella che lo rende interessante. Sul cibo funziona da aperitivo e accompagna pesce e crostacei, mentre sui millesimi più maturi è perfetto anche con il foie gras.

Il nome, a questo punto, si spiega da solo. Insolite vuol dire insolito, ed è coerente con l'idea che c'è dietro: restare dentro il Sancerre, con il suo vitigno e il suo terroir di caillottes, e allo stesso tempo spingerlo verso più materia e più complessità, senza perdere la freschezza e la precisione tipiche della denominazione. Per chi ama il Sauvignon Blanc e ha già familiarità con il Sancerre più immediato, l'Insolite è l'occasione di vedere fino a dove può arrivare l'incontro tra questa uva e questa pietra